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Full text of "Novelle inedite di Giovanni Sercambi"

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NOVELLE INEDITE 


DI 
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N. 13 


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NOVELLE INEDITE 


DI 


GIOVANNI SERCAMBI 


Quando, or sono quindici anni, unendo le venti, 
che il Gamba estrasse dal codice ora Trivulziano, 
alle dodici e all’ una dal Minutoli e poi dal Pieran- 
toni spigolate per entro la Cronaca di . Giovanni 
Sercambi, raccolsi insieme le sparse Novelle di que- 
st'autore e le pubblicai a Bologna coi tipi del Ro- 
magnoli 1), espressi il voto che non fosse lontano il 
giorno, in che venisse a luce per intero un novelliere, 
che nel suo secolo starebbe quarto col Decamerone, 
il Sacchetti ed il Pecorone. La ritrosia del fortunato 
possessore del codice ad una compiuta pubblicazione 
del medesimo non è stata ancor vinta, fino almeno 
a questo momento: ma non però mi ha mai abban- 


donato la speranza, che avesse a scoprirsene qualche 


altra copia, antica o moderna. Nè invero sembra po- 
tersi mettere in dubbio che dell’opera esistano due ver- 
sioni, e una copia almeno di ciascuna di esse : delle 


1) Dispensa 119 della Scelta di Curiosita. 


lai 


la 


_ 6 — 


quali versioni, l'una, più corretta, e ricca di 156 nar- 
ffizioni, sarebbe rappresentata dal manoscritto Tri- 
vulziano, donde, oltre una trascrizione per intero, pur 
conservata nella stessa biblioteca, sembra aver fatto 
estratti più o meno copiosi il Gamba: l’altra, meno 
corretta (forse il primo getto) e di sole 100, sarebbe 
rappresentata da una copia del padre Baroni, della 
quale unica or nota reliquia resta una Novella pos- 
seduta dal cav. Giovanni Papanti. La Novella che 
riproduciamo ai n. VI e XVI, secondo la lezione del 
Gamba e quella del Baroni, conferma questo sup- 
posto di una duplice versione. 

Dal codice Trivulziano il Gamba stesso, od altri per 
lui, oltre le venti Novelle da lui pubblicate nel 1826, 
cavò fuori anche le altre undici che ora vedono la 
luce, e che in margine portano alcune avvertenze di 
mano del celebre bibliografo. Esse sono presentemente 
possedute dal sig. Barone Cristoforo Scotti di Bergamo, 
che le eredò dal proprio padre, cui pervennero dalla. 
insigne raccolta di Attilio Carrara: forse facevano 
parte della collezione Tomitano, dal Carrara stesso 
acquistata. È lecito supporre che il Gamba, appas- 
sionato com’ era per le Novelle, facesse o facesse 
fare, oltre questi, altri estratti del prezioso miano- 
scritto; e che perciò altri brani di esso possano per 
fortunata combinazione rinvenirsi, e per cortesia paria 
quella usataci dal sig. Scotti, esser mandati a stampa. 
Anzi, già abbiamo un legittimo sospetto, e più che so- 


7 — 
spetto, che una messe assai più ricca abbia a venirci 
da un codice di privata raccolta, trasportato ben lungi 
dall’ Italia : e quando, come auguriamo, ci riesca di 
condurre a buon porto le pratiche iniziate, saremo 
solleciti di restituire alle patrie lettere, e più spe- 
cialmente alla letteratura novellistica, siffatto antico 
e pregevole monumento. 

Ma nell’ incertezza in che siamo, se il nuovo ma- 
noscritto rappresenti la versione prima o la seconda, 
,e poichè ad ogni modo, in testo così poco sicuro, sa- 
rebbe di grande utilità il raffronto di più lezioni, ci 
diremmo ben lieti se fosse tolto il divieto finora Op- 
posto alla comunicazione del codice milanese. Ra- 
gione a bene sperare ci porge intanto il fatto, che il 
nobile erede di tanti munifici promotori degli studj 
ha pure consentito alla pubblicazione del Catalogo 
dei Manoscritti, che formano così cospicua parte e sì 
bell’ ornamento dell’ avito retaggio 1). Noi ferma- 
mente vogliamo credere che per l'alto animo del 
marchese G. Giacomo Trivulzio, ciò non debba essere 
stato boriosa ostentazione d’ invidiati tesori, ma cor- 
tese invito fatto agli studiosi di ricorrere a lui fidu- 
ciosamente, e promessa di giovare con propria sod- 
disfazione e sull'esempio degli antenati, ai lavori 
degli eruditi e all’ accrescimento della cultura storica 


e letteraria. 


1) Porro, Catalogo dei cod. manoscr. della Trivulziana, Torino, 
Bocca, 1885. 


28 


Intanto ecco undici Novelle fin’ora inedite, le quali, 
se non altro, confermano l’idea che avevamo dei ca 
rattere proprio all’ intero novelliere del Sercambi: 
curiosa mescolanza di fatti storici e di vulgate nar- 
razioni, messe insieme attingendo alla Bibbia, agli 
scrittori latini e alla tradizione orale. Alle undici no- 
velle inedite, altre ne aggiungemmo, come già nel- 
l’ edizione del Romagnoli, qua e là pubblicate in 
questi anni: cosicchè fra l’ una raccolta e l’altra si 
abbia tutto quello che finora fu del Sercambi messo 
a luce, nel genere della Novella. Le cose aggiunte 
sono: due Novelle che Achille Neri trasse dalla Cro- 
naca lucchese 1): due che il cavaliere Ghiron ebbe 
facoltà di copiare dal codice Trivulziano 2) ed una 
messa a luce dal Papanti, sulla copia fattane, come 
dicemmo, dal p. Baroni. 3) 

Abbiamo poi aggiunto in fondo alcune indicazioni 
di fonti e di confronti, ricorrendo alla dottrina, in 
tal materia specialissima e ben nota, dell’ amico D.' 
Kohler, bibliotecario a Weimar. 

Ed ora congedandoci dallo studioso lettore, rinno- 
veremo l’ augurio di potere ancora, una terza volta 
e definitivamente, usar l’opera nostra intorno all’in- 
tero novelliere di Giovanni Sercambi. 

ALEssanpro D’ AncoNA 


1) Nel Propugnatore, vol. IV. part. II, p. 223. 
2) Per Nozze Gori-Riva, Milano, Bernardoni, 1879. 
3) Catalog. Novell. ital., Livorno, Vigo, 1871, vol. II, App. p-I-V. 


I 
DE TRISTITIA ET VILTATE 


Nella città di Cortona, posta in su ’n un 
gran poggio e circondata di vigne e giar- 
dini di mandole, in nelle quali vigne si ri- 
colgono buoni e preziosi vini bianchi e ver- 
migli, nomati vini cortonesi, di che le 
donne ne prendono molta consolazione, av- 
venne, che una giovana grande e grossa di 
suo corpo e assai bella, nomata Isabetta, 
nata di persona non molto richa, essendo 
il tempo della vendemmia, la ditta Isabetta 
ogni di recava tre o quattro canestre di 
uva dalla vigna, non tocando le suoi,.però 
ch’erano alla scesa del monte; di che uno, 


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nomato Tristano, vedendo Isabetta tornare 
colle canestre dell’uva, dicendo: Costei torna 
sl tosto; pensò non dovere dalla sua vigna 
venire, ma dell’altrui quell’uva regorre. E 
avendone Tristano in hel poggio, pensò voler 
vedere d’ onde Isabetta tale uva arecava. E 
uscito di Cortona, andatosene alla sua vigna, 
vide venire Isabetta colla canestra in capo, 
et entrare in una vigna a costa a quella di 
Tristano, andando cercando dell’ uva più 
bella. E poca in tal vigna ne colse, che saltò 
in quella di Tristano, e quine trovandone 
assal, disse Tristano tra sè medesimo: Se 
costei empie lo canestro della mia uva, io 
l’empierò la tana della mia terra. E stando 
in tal maniera, Isabetta ebbe piena la canestra 
d’uva; e quando volse partirsi, acconciandosi 
lo sotto caporo per voler la canescra mettersi 
in capo, Tristano, che tutto ha veduto, po- 
stosi in cuore alcuno fatto, si mosse, e giunto 
dove Isabetta era, percossela dicendo: Tu 
mi vai rubando et empi la tua canestra di 
uva, et io empirò la tua tana di terra. Et git- 
tatola in terra, standole tra le cosce, dicea: Ei 
vien voglia di fartelo. Isabetta sta cheta, et 
nulla dice. Tristano dice: Or mi vien voglia 
di fartelo; e pure non si movea Isabetta, che 
sta senza alcuna resistenza fare. E Tri- 


stano replica: Se non che io non voglio, 
tu se’ pur giunta; io tel farei. Isabetta, 
udendo ciò che ha ditto, alzando le gambe, 
in nel petto a Tristano diè per sì fatto 
modo, che più di X braccia giù del poggio 
lo fè cadere. Isabetta, rivoltasi, la canestra 
si mise in capo, et a Cortona ne glo ratta, 
narrando a’ vicini la valentia che Tristano 
avea fatto, e come con due calci lo avea 
gittato giù per lo poggio, a mal suo grado. 
Li vicini ciò sentendo, spregiano Tristano 
in tutte le parti, dicendo: Isabetta, tu porti 
lo onore sopra Tristano. Tristano che ciò 
sente, più tempo sta che in Cortona non 
torna. 


II 
DE SIMPLICITATE ET STULTITIA 


Uno fiorentino nomato Valore, assai di 
buona pasta, et uno pistojese nomato Traglio, 
del modo di Valore savio, ') de’quali io dirò 
di loro alcuna novelluzza. E prima dico, che 
il ditto Valore andando per camino, li fu 


(1) Il ms.: s’ avviò. 


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—= 12 — 


molto lodato l’acqua, e massimamente la 
matina lavarsine il viso, e talora berne. Va- 
lore, che incorpora quello che a lui è utile, 
avendo da andare da Firenze a Milano, 
prima acconciossi assai bene il corpo. Di 
Firenze si partio, e per lo giorno giunse a 
Lucca, et andò all’albergo. Dimandò l'oste, 
se avea dell’acqua. L’oste rispuose: Du°pozzi 
pieni. Valore disse: Or me la serba. L’oste 
disse: E’sarà fatto. E venuta l’ora della cena, 
ch’era di state, essendo in nell’albergo certi 
pisani a cenare, disseno: Oste, fà ch’abbiamo 
dell’acqua fresca. Valore che questo ode: Fa 
buotado, non arete, chè io l’ho tolta per me. 
Alcuno di quelli pisani udendolo dire fa 
buotado, disse a' compagni: Costui de’esser 
di quelli ciechi fiorentini. Valore, che ode 
dire ciechi, rispuose: Io vi veggo bene: del- 
l’acqua non arete, se crepaste. Il pisano oden- 
dosi biasimare alza la mano, e dàlli una 
gotata: To’, togli. Disse Valore: Or questo 
che vuol dire? o usasi di fare così prima 
che si ceni? Il pisano: Si, e dopo cena se 
ne dà du’ tanti. Valore tacèo, e pensò dire 
all’ostiere, che non desse dell’acqua ad altri 


che a lui: e così li disse. L’ostiere disse 


che tutto fare. Da parte lo misse solo, e 
li altri posti in altro luogo, apparecchiando 


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a Valore cena solo con acqua. Cenato che 
Valore ebbe, disse alto, presenti tutti li osti: 
Che domattina tutto lo resto dell’acqua che 
rimase, mi serba: chè io vo’ lavarmi la faccia 
per parer più bello. L’oste disse: E° sarà 
fatto. La mattina per tempo Valore fu levato, 
domandando l’acqua: l'oste dell’acqua li 
portò, e fregandosi le mani coll’acqua al viso, 
l’oste disse, che bene era ne serbasse una 
poca, se altra volta vi capitasse. Valore con- 
tento, e pagato l’oste, a cavallo montò, e 
caminò fino a Guiesa, di lungi di Lucca 6 
miglia: là ci sono molte molina, e quine 
ha bellissima acqua. Valore giunto a Guiesa 
vide uno che si lavava il viso, e quando si 
fregava la mano al viso, si facea tru tru colla 
bocca. Valore disse: Oh io quando mi lavai 
la faccia non feci tru tru, come ha fatto 
costui! e disse: Io lassai all’oste dell’acqua. 
Io vo’ tornare e laverémi la faccia, e farò 
tru tru; e rivoltosi ritornò a Lucca, e tosto 
riconta all’oste. L’oste disse: Tu hai ben 
fatto. Per oggi ti starai qui, e dimattina 
potrai lavarti la faccia, e farai come vedesti 
fare. Valore così fè: e per questo modo 
Valore fece il suo camino. 

Torniamo ora a Traglio da Pistoja, il 
quale essendo ito a uno suo luogo di lungi 


— I4 — 


da Pistoia, per far vendemmiare, ben s mi- 
glia, divenne, che uno di avendo necessità 
di venire a Pistoja, la u’era la famiglia sua 
e la donna, e movendosi dal suo luogo e 
venendosi verso Pistoja, e giunto presso a 
uno miglio, vedendo che l’aere si turbava 
facendosi mal tempo, e caminando tanto che 
giunse al Ponte lungo presso a Pistoia a tre 
balestrate, e cominciando a piovere, disse: 
Oimè che l’acqua piove, e cominciami a 
bagnare la gonella; non c’è da stare: io vo” 
ritornare a luogo mio, e prenderò qualche 
gabarro ') e veròne che non mi bagnerò la 
gonella; e come pensò, fè: chè si rivolse 
verso il suo luogo, ch’era di lungi 5 miglia: 
e non fu caminato uno miglio, che gonella e 
camicia con tutte le carni ebbe bagnato, e 
così caminò a luogo, essendo sempre l’acqua 
grossissima. E perchè era molto tardi quando 
da luogo si mosse per andare a Pistoja, e 
per lo ritornare, fu di necessità giungere molto 
di notte. E picchiando l’uscio, lo salàno ?) 
sentendolo disse: Chi è ? Traglio disse: 
Aprimi. Lo salàno levatosi, che già era an- 


(1) Gabarro dice replicatamente l’originale, ma si capisce che po- 
trebbe essere mal riprodotta la voce gabano o gabbano, o fors’ an- 
che tabarro. 

(2) Salano è vocabolo lucchese per mezzatolo o mezzadro. 


— 15. 
dato a letto, disse: Che buone novelle? Disse 
Traglio: Vedendo incominciare a piovere al 
Ponte lungo, per non bagnarmi la gonella 
sono tornato per lo gabarro mio: chè se 
fossi andato una balestrata, ti saresti tutta 
la gonella piena d’acqua, e così fu sempre.) 
Traglio dice: Benchè sia notte, io ho fatto 
pure lo miglio. Lo salàno lo misse pure in 
casa, e quine la notte si riposò; e più volte 
disse al salàno che ’1 partito di tornare l’avea 
gittato buon frutto, e qui finio. 


II 
DE SENTENTIA. VERA 


Du’ belle jovane, già assaggiato che cosa. 
è l’uomo, facendo questione fra loro a chi 
ne giovava più di quel fatto, o a l’uomo o 
a la donna, mettendo tra loro una cena, 
chi perdesse pagasse, l’una nomata Lucrezia 
disse: Che a l’uomo ne giova più; l’ altra 
nomata Elena: Che a la donna ne giovava 
più che a l’uomo. Messo la cena, dispuo- 
‘seno andare a madonna Bambacaja; e così 
insieme n° andarono; e giunte a madonna 


(1) Forse manca qualche cosa; e le parole da ché se fossi in poi, 
sembra che appartengano al salino, 


— 10 — 


Bambacaja, le dimandò della ragione, e il 
perchè erano venute. Le jovane dissero la 
questione. Madonna Bambacaja disse a Lu- 
crezia, che assegnasse perchè a l’homo più 
che a la donna di quel fatto ne giovava. 
Lucrezia disse: Perchè si vede l’uomo pa- 
gare la donna a tal atto; e più, che a molti 
pericoli si mette per avere sua intenzione 
d’aver donna cui elli ami. Madonna Bamba- 
caja rivoltasi a Elena disse: O tu che dici? 
Elena disse: Io dico che alla donna più ne 
giova, però che la donna, acciò che si possa 
congiungere coll’uomo, si parte dal’ padre 
e da la madre, e dà denari all'uomo; e per 
questo dimostra, alla donna aver maggiore 
diletto che I’ uomo. Madonna Bambacaia, 
udite le ragioni di ciascuna, non spregian- 
done neuna, ma rivoltasi a Lucrezia, disse: 
Che allo speziale andasse per due once di 
méèle. Lucrezia subito è andata allo ‘speziale, 
et à recato il méèle. Madonna Bambacaja 
disse a Lucrezia, che mettesse il dito nel 
ditto mèle. Lucrezia così fece. E poi disse 
che sel mettesse in bocca. Lucrezia così fece. 
Madonna Bambacaja disse: Or mi di’, Lu- 
crezia, è paruto meglio e più dolce questo 
méle o al dito o alla bocca ? Lucrezia disse: 
Alla bocca. Madonna Bambacaja disse: O. 


re 
FINE È " 


Li 


ET nia SENTOrTE, ne e 


— 17 - 


perchè? Lucrezia disse: Perchè il méle è 
rimaso in bocca, e al dito non è rimaso 
punto. Allora madonna Bambacaja disse: 
Cussì diviene del membro dell’ uomo, che 
mettendolo in nella pottana bocca, tutto il 
mèle romane in nella bocca alla donna, e 
all'uomo niente ne rimane; e pertanto alla 
donna più ne giova che all'uomo. E per 


“questo modo Elena vinse la cena. 


IV 
DE PULCHRA RISPONSIONE 


Funno in Firenze alcune jovane et jovani, 


che essendo in uno prato fiorito, come ora 


siamo noi, e venendo a disputare tra loro 
dell'amore delle donne, fu detto per quelle 
jovane a’ jovani: Che se alcuno jovane do- 
mandasse una jovane d’amore in un campo 
di fave fiorite, che ’1 campo delle fave fio- 
rite ha tale vertù che la jovane non dire’ 
di no. Li jovani, messo che non dovea es- 
ser vero, e disposti di cometterla in ma- 
donna Bambacaja, che qualuncha perdesse 
pagasse uno carnelevale, cioè una merenda, 


2 


4 18 — 
e mossi e andati a madonna Bambacaja, e 
ditta la questione, madonna Bambacaja ri- 
spuose: Sempre vi trovereste in campo di 
fave fiorite; o sia a dire, se il campo delle 
fave fiorite ha proprietà, che non disdire’ 
la jovana, quando fusse richiesta d’ amore. 
E io vi dico che d'ogni lato e in ogni 
parte dove lo jovano richiede la jovana di 
quel fatto, che la jovana non disdire’; e però 
disse: Sempre la troveresti in campo di 
fave fiorite. | 


Vo 
DE VANA LUSSURIA 


Fu nella città di Firenze in una contrada 
di frati predicatori una donna vedova nata 
da’ Buondelmonti, nomata madonna Me- 
rendina, assai jovana e bella e molto vana. 
Visitando spesse volte l’ordine e la chiesa 
de’ ditti frati, divenne che dopo il molto 
visitare la ditta chiesa, uno frate fiorentino, 
nomato frate Bellasta, avendo veduto più 
volte la ditta madonna Merendina, e pia- 
cendoli, ordinò certo modo di potere con 


— IQ9- 


lei aver suo contentamento. E per ciò fare, 
troppo lungo dire’: il ditto frate ebbe con- 
tentamento di lei. Ora venne che uno jo-, 
vane nomato Lamberto de’ Monaldi, il qua- 
le con uno mercadante di panni stava, an- 
dando in Mercato vecchio per certi dinari 
a una taula, per quelli dare ad alcuna 
maestra, e passando da certo luogo do- 
v'erano certi che giocavano, il preditto Lam- 
berto fermandosi, e già cognoscendo più 
tempo il giuoco, vedendo fare le poste, di- 
cea fra sè stesso: Primo, mio. Teneasi a 
mente le volte, e per ventura sempre venia 
il suo, e così fè molte volte; di che lui 
disse: Per certo se io avessi ora giocato, io 
avrei vinto molti fiorini. E pensò volersi 
provare; e presi i dinari dal banco che 
portare dovea a bottega, e venuto al giuoco, 
senza pagarsene di neuna volta, quelli di- 
nari perdèo. Lamberto, che àe perduti li 
dinari del suo maestro, per voler quelli 
riscuotere andò a uno usurai, e i panni 
del dosso, salvo la camicia e le mutande, 
impegnò. E coi dinari tornò al giuoco, là 
u’quine perdeo; et essendo stato veduto da 
alcuni e minacciatolo di dirlo a Janotto 
Monaldi suo padre ed al suo maestro, per 
vergogna si partio, e andonne alla chiesa 


de’ frati predicatori, e quine si nascose 
montando dove stanno li organi, e quine 
dimorò senza mangiare o bere, tanto che 
fu notte scura, e chiusa la porta della 
chiesa. Lamberto stava pensoso del fallo 
commesso, et eziandio che mangiato non 
avea. Il padre, che ha sentito come Lam- 
berto suo figliuolo era stato veduto nudo 
, al giuoco, e non vedendolo la sera a casa 
tornare, pensò fosse vero; e già gran ma- 
‘linconia avea, ma non potea più. Dimo- 
rando Lamberto in sul pervio ') più di du’ore 
di notte, sentio picchiare la porta della 
chiesa. Frate Bellasta uscio dal chiostro 
per una porterella ch’era sotto il pervio, e 
intrò in chiesa con uno doppione acceso, 
tutto solo, e andonne alla porta, e apertola, 
entrò dentro madonna Merendina con uno 
mantello nero, e sotto una gran coverta: e 
chiusa la porta, fra Bellasta e madonna Me- 
rendina se ne vanno presso alla portuncula 
che va in chiostro; et quando funno sotto 
il pervio, disse il frate: Or che è cotesto, ma- 
donna Merendina? La donna rispose: È uno 
buono cappone, e tre pani bianchi, e uno 


(1) Puvio ha il manoscritto: ma deve dire, alla lucchese, pervio 
‘© perbio , nel senso di fergolo o pulpito. 


fiasco del mio moscatello, chè vo’ che noi 
ceniamo, acciò che meglio possiamo met- 
tere il soldano in Babilonia. Avevano co- 
storo tra loro ordinato, quando voleano 
fare quel fatto, di dire: Metti il soldano in 
Babilonia. E però il frate allora volendo 
saziare il suo appetito, disse voler mettere 
il soldano in Babilonia. E la donna dice 

Deh non fate: andiamo in cella, e quine 
ceneremo, e poi potrete mettere il soldano 
in Babilonia quanto vorrete. Lo frate, che 
avea desiderio, perchè più giorni erano stati 
che ritrovati non s'erano insieme, disse: 
Per certo, Merendina, noi metteremo qui il 
soldano in Babilonia; e spogliatosi lo frate 
la cappa, e messola distesa in terra, e preso 
il mantello bruno della donna, e simile di- 
stesolo in terra, la donna, che volontà mag- 
giore che ’l1 frate n° avea, se accontentò, e 
posto il cappone, pane e vino da parte, 
gittatasi riverta in su que’ panni, disse: Ora 
metti il soldano in Babilonia. Lamberto, 
che tutto ha inteso, e veduto il cappone e 
l'altre cose, disse fra sè medesimo: Come 
lasserò io entrare sì fatto signore, come il 


soldano in Babilonia, che almeno non vi, 


sia alcuno stromento? e pensò sonar li 
organi. Lo fraté vedendo la donna riverta 


ci 29 — 


e la Babilonia aperta, e gittatosi in sul 
corpo di madonna Merendina, là entrò. (Lam- 
berto) preso i mantici dell’organo coll’ una 
mano, e coll’ altra sonando, lo frate subito 
di paura per lo chiostro si fuggie. La 
donna stupefatta della porta della chiesa 
uscio, e perch’era presso a casa se n° andò 
in casa sua con grande tremore, lassando lo 
“mantello, cappone, pane e vino; e il frate la 
cappa e lo candello acceso. Lamberto, veden- 
do la chiesa vuota, scese dal pervio. L’uscio 
che andava in chiostro chiuse, e poi la 
porta fermò; e preso il pane e quel cap- 
pone, diessi a mangiare, chè apetito ne 
avea; e di quel vino, che n’are’ bevuto li 
Angori, si riscaldò; e non molto stèo che quel 
cappone e pane mangiò, e quel vino tutto 
bevè ; poi la tovagliola, in che avea arre- 
cato involto il cappone e pane e il fiasco, 
in sul pervio dell’ organi messe. È preso 
quel mantello e quella cappa, la mattina 
a l usurieri la ’mpegnò per tanti dinari, 
quanti erano quelli che dal banco avea 
avuti, e per quelli che i panni erano pegni; 
e più, fiorini du’ per un paro di calze e 
capuccio, che si volea comprare: tantochè 
funno in somma di fiorini vinti; et è tor- 
nato a bottega. Lo frate, stato più ore tutto 


— 27 — 


ismorto in cella, tornò in chiesa per la 
cappa sua, e quella non trovò, e trovò la 
porta della chiesa aperta. Stimò fra sè la 
donna averla portata a casa; rimase con- 
tento sperando di riaverla. La donna, che 
senza il mantello era tornata a casa, stimò 
frate Bellasta l’avre’ tolta colla sua cappa; 
e pensò la mattina andare per essa. Venuto 
la mattina lo frate in su l’uscio della chiesa, 
la donna giunta disse: Aveste voi avuto il 
mio mantello, che iersera n’andai senza? Lo 
frate disse: O voi la mia cappa, che non 
l’ho trovata dove io la distesi, e voi v' e- 
ravate suso ? La donna disse: No. Lo frate 
disse alla donna, esser bene che qualche 
vostro parente andasse al podestà ad accu- 
sare chi furato ha il vostro mantello, e 
che li piaccia rinvenirlo; dicendo, che uno 
ladro v'è intrato in casa, e dalla pertica 
confuso 1); e io andrò a l’usoriere e a’ ri- 
gattieri a sapere se si trovano venduti o 
impegnati. La donna disse: E io così farò; 
e ditolo a uno suo cugino, subito s’ andò 
al podestà, e tutto disse. Lo podestà di 


(1) Qui il senso non corre, e dovrebbe voler dire: e ha tolto ciò 
ch’era sulla pertica: si potrebbe sciogliere e dalla, in ed d Ja, ma 
rimane sempre quel confuso, che anche sciolto in con suso, non dà 


‘senso. 


— 24 — i 


subito li diè la famiglia, e alli usurai se 
n’andarono, là u’quine trovonno frate Bel- 
lasta, il quale dicea agl’usurai, se per alcun 
era stato arrecato una cappa nuova, che 
stanotte gli fu furata. Lo cavalieri disse: 
E anco noi siamo venuti, che a una buona 
donna è stato furato uno mantello nero, 
nuovo, da donna. L’usurai disse: Stamane 
per tempo mi fu recato uno mantello e 
una cappa, dicendo, che altri li avea dati per 
bisogno di dinari: et holli prestato fiorini 
vinti. Lo frate, che vede la cappa, disse: 
Questa è mia. Lo fratello della donna disse: 
Questo è il mantello di mia sorella. Lo ca- 
valieri disse: Chi fu quello che queste cose 
l'ha arrecate ? Disse l’usurari: Fu Lamberto 
figliuolo di Jannotto Monaldi. Subito lo fra- 
tello della donna disse: Jeri fu veduto nudo 
in camicia, e in Mercato vecchio aver gio- 
cato molto; per certo lui de’ esser desso. 
Disse il cavalieri: U’dimora? Fulli detto: Col 
tale mercadante. Lo cavalieri, senza tor- 
nare a palagio, andò a bottega, là u’ Lam- 
berto tornava. E quine trovato, fu menato 
al podestà, dicendoli lui esser ladro. Jan- 
notto Monaldi sente che Lamberto per la- 
dro è stato menato al podestà: subito con 
suoi consorti se ne vanno al podestà, per 


— 2) — 


sapere di Lamberto la convenienza, dubi- 
tando Janotto, e sperando fosse vero che 
la sera dinanti li era stato ditto, come nudo 
fu veduto in Mercato vecchio. E giunti al 
podestà, e richiestolo, dimandando del jo- 
vano, lo podestà disse: Egli è ladro, e 
hammi confessato che quello mantello e 
quella cappa impegnò per fiorini vinti, e 
che i denari ha convertiti in suo uso, 
salvo che fiorini du’, de’ quali spera com- 
prarsi uno paro di calze et uno capuccio. 
E questo è verissimo, che l’usurari lo con- 
fessa, che lui fu quello liel portò. Lo pa- 
dre di Lamberto e li altri parenti pian- 
gendo disseno al podestà: Che li piacesse 
di lassare loro parlare al figliolo; al quale 
lo podestà disse: Volentieri. E fe’ venire 
lo jovano : e vedendo Larnberto il padre e 
li altri parenti piangere, disse: O Padre, e 
voi parenti, perchè piangete? Lo padre e 
gli altri disseno: Perchè tu hai fatto cosa 
. che mai non dobbiamo esser contenti; e 
duolci assai che per ladro tu convegni mo- 
rire, chè mai niuno di nostra casa non fu 
ladro; e tu ora se’ diventato; e questo è 
il dolore che noi portiamo. Lamberto disse 
al padre e a’ suoi parenti: Per Dio, non 
piangete, chè se ’l podestà mi vorrà fare ra- 


vl 


suna Db n 


gione, vi farò contenti. Lo podestà dice: Se 
altro non ho, io ti farò appiccare. Lamberto 
dice: Se ragione mi farete, voi non farete 
così. Lo podestà disse: Come puoi tu ne- 
gare ch’ el mantello e la cappa non abbi 
impegnato, e in tuo uso e utilità li dinari 
convertiti? Lamberto disse: O podestà, io 
vi prego piacciavi cavare il mio padre di 
questi pensieri, e li altri miei parenti. Lo 
podestà disse: Tosto i’ ne li caverò che è 
fatto di te justizia: ma non dimenticheranno 
questo dolore. Lamberto disse: Mandate 
per la donna e per li suoi parenti, e man- 
date per frate Bellasta; e quando saranno 
alla vostra presenzia, io dirò la mia ragione, 
e loro diràno la loro; e se io non ho ra- 
gione, fatemi quel vorrete; e prego il mio 
padre e li altri parenti che a voi non deb- 
bano imputare che torto m’abbiate fatto. Lo 
podestà udendo parlare tanto fermo, senza 
paura disse: Io ti servirò, chè manderò per 
quelli che hai ditto. E mandato per loro, 
e venuti, e simile venuto l’usurieri coi 
panni, lo podestà disse: . Che vuoi dire, ri- 
baldetto? Lamberto disse: Quali sono quelli 
che a voi di me hanno ditto, che io sia 
ladro, ed a loro io abbia rubato? Lo po- 
destà, rivoltosi a madonna Merendina, disse: 


— 27 — 


A questa buona e onesta donna questo 
mantello involasti; e poi rivoltosi a messer 
lo frate Bellasta, disse: E a questo frate hai 
involato la cappa. Lamberto, udito il po- 
destà, disse: O messer podestà, quello che 
voi dite già nol direnno elleno; ma lassate 
dire a loro quello che io de fatto, e non 
vogliate voi esser loro judice, poichè judice 
devete esser, s' io ho furato, di farmi ap- 
piccare. Lo podestà e’ suoi judici disseno: 
Tu hai ragione. E voltosi alla donna: Dite 
quello che questo ladroncello v’ha fatto. 
La donna disse, come uno mantello dalla 
pertica li fu furato, e trovato in pegno, 
come sapete. E poi al frate rivoltosi: E 
tu, frate, che dici? Lo frate disse: A me 
non è lecito accusare altrui: ma tanto dico, 
che avendo la mia cappa, non curo d’altro. 
Lo podestà avendo udito la donna e?l frate, 
disse a Lamberto: Or che vuoi dire? Lam- 
berto dice: Ora intendete me, ma tutto vi 
prego che, fine che io non ho tutta la mia 
ragione ditta, alcuni che qui siano non si 
possino partire. Lo podestà fe’ chiudere le 
porte: Omai ti difendi. Lo padre e’ parenti 
di Lamberto con dolore stanno pensosi, di- 
cendo tra loro: Che vorrà dire? Lamberto 
avendo udito quello che la donna e ’l frate 


Ia alati 


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aveano ditto, rispuose: Messer podestà, io 
risponderò che io son degno d’ogni male, 
ma non per questo. E acciocchè io sia da 
voi libero, vi dirò tutto. Avendo io jeri gio- 
cato alcuna cosa, per paura del mio padre 
in camicia mi ricolsi e appiattai nel pervio 
dell’organi de’frati predicatori (e narrò come 
di sopra ho contato), e pertanto vi dico se 
in si fatte feste, come mettere il Soldano in 
Babilonia, uno buffone e sonatore merita 
aver du’robbe, come costoro per loro pia- 
cere mi dononno, e che sia che io lor 
ceda quello che donato m'hanno, vi dico, 
che se a me faranno tanto servigio, che sia 
quanto io a loro feci, io donerò loro du’tanti. 
Frate Bellasta ha domandato al podestà li- 
cenzia per partire, per andare a dire vespro. 
La donna svergognata disse: Messer podestà, 
io mi penso lo mantello non esser mio. Lo 
podestà vedendo e udendo dire questa ma- 
teria al jovano, disse: E tu hai ben meri- 
tato questo e maggiore dono. E licenziato 
frate Bellasta e madonna Merendina con 
loro vituperio, li mandò a casa; e Lamberto 
liberò, e a l’usurai comandò che i panni 
rendesse a Lamberto per fiorini vinti, li 
quali dopo alquanti di per lo padre funno 
riscossi, che non valeano du’ tanti; e ma- 


— 29— 
donna Merendina fu svergognata, e simile 


frate Bellasta; e Lamberto intese a ben fare 
lassando le cose che fatte avea. 


VI 
DE NOVO INGANNO 


Nella città di Pisa, al tempo che mess. 
Castruccio Interminelli di Lucca quella te- 
nea, e come signore era ubbidito, era uno 
jovano nomato Ghirardo di Sancassiano, il 
quale essendosi innamorato d’ una jovana, 
nomata madonna Felice, moglie di Joanni 
Segarso; e abbenchè ’l ditto Ghirardo fusse 
della ditta innamorato, madonna Felice di 
queste cose non si era mai accorta, e ben 
che alcuna volta l'avesse veduto passare 
per la sua contrada. E stando Ghirardo in 
tal maniera, pensando in che modo con 
madonna Felice esser potesse, e non vedendo 
il modo che a lei dir potesse il suo secreto, 
malinconoso più tempo stette. Ora avvenne, 
che uno vicino di madonna Felice dovea 
menare moglie, alle cui nozze la ditta Fe- 
lice fu invitata. Ghirardo, che sempre 


be 


— 730 — 


colli orecchi stava attento, sente che ma- 
donna Felice alle nozze del parente essere 
invitata, e con onesto modo si oflerse allo 
sposo, che di servidori avea bisogno. Vo- 
lentieri Ghirardo accettò, dicendo li servi- 
dori li trovasse. Ghirardo che avea avuto 
quello volea, disse: Io ne troverò alcuno 
orrevile che vi piacerà. E parlato con uno 
suo compagno jovano, di quelli Agliata, il 
quale gran tempo era stato fuora di Pisa 
e cognosceva, pensò la sua imbasciata fare 
per mezzo di quell’ Agliata, e disseli: Io 
amo una, e fine a qui non ho potuto mai 
a lei parlare, e ora sentendo io che a que- 


‘ste nozze è invitata, e noi siamo servidori, 


ti prego che mi vogli servire. Lo jovano 
Agliata: Di’ e comanda, et io farò quello 
vorrai. Ghirardo disse: Noi anderemo per 
la donna, et io dirò che tu sei mutoro e 
sordo, e sta cheto, dimostrando essere come 
dico. Lo jovano Agliata disse, che ’n tutto 
lo servirà. Venuto il giorno delle nozze, 
Ghirardo col compagno per tempo sono 
a casa dello sposo, per andare per le don- 
ne che alla festa esser doveano. Lo sposo 
mostrò la scritta. Ghirardo disse: Elli è 
bene che madonna Felice vostra parente 
sia quie per ricever l’altre donne. Lo sposo 


— 31 — 

disse: Tu di il vero: andate per lei. Ghi- 
rardo, che altro non bramava, col jovano 
Agliata se n'andò a casa di madonna Fe- 
lice, et picchiò all’uscio. La donna acconcia, 
in via scese, e Ghirardo col compagno 
messala in-mezzo, l’acompagnoro; et perchè 
era molto lungi dallo sposo, Ghirardo stimò 
la sua imbasciata fornire; e voltosi a Felice 
disse: O madonna, ho pregato questo jo- 
vano, che insieme è con meco venuto in 
compagnia. È mutoro, e non parla nè ode. 
La donna, che mai veduto non l’avea, nè il 
jovano lei, rivoltatasi in verso quel jovano, 
il jovano Agliata dimostrando sè non udire 
‘nè parlare, la donna diè fede che non do- 
vesse udire. E come alquanto funno andati, 
Ghirardo disse: Madonna Felice, ora che 
qui non è altri che noi, non posso tenere 
il grande amore che verso di voi porto et 
ho portato, che quando io vi veggo mi 
‘ par di vedere uno angelo di paradiso. E 
perchè qui non è altri che noi due, vi dico, 
che per voi moro, fine a tanto che di voi 
non ho quello dolce amore: chè buono amore 
disidero. La jovana, che ode quello che 
alcuna volta le donne desiderano di. udire, 
per onestà disse: Come vuoi che al mio 
marito faccia vergogna? Ghirardo dice: 


— 32 — 


Questo altri non saprà: e se voi no lo pa- 
lesate, per me non sarà palesato. E fu così 
la fidanza che Felice prese che nessuno lo 
debba sapere, che consente che a lei Ghi- 
rardo andasse di notte la domenica rive- 
gnente. E così è rimasto d'accordo, spet- 
tando quelli dui di che venire doveano. E 
di molte altre cose d’allegrezza ragiononno, 
fine che a casa dello sposo giunti furono. 
Raunate le brigate, e desinato come d’usanza, 
dopo desinare, ballare e cantare, divenne 
che madonna Felice stando a vedere, a lato 
a una sua vicina, e vedendo ballare il jo- 
vano Agliata, disse Felice alla compagna: 
Deh, che peccato è quello, che quel jovano 
che balla, non ode nè non parla di niente. 
La donna disse a Felice: Or non cognossi 
tu quel jovano? Ella disse: Si, ma si è 
mutoro e non ode. La compagna disse: 
Lassa dire, ch’elli parla et ode, et è delli 
Agliata; bene è vero che molto tempo è 
stato fuori di Pisa. E per far certa Felice, 
chiamò il jovano. Lo jovano rivoltosi, e 
venuto a loro disse: Madonne, che volete 
da me? La compagna di Felice disse, 
quanto era che tornò, e dove era stato ? 
Lo jovano disse: Non molti giorni ch'è a 
Pisa retornato, e ch’era stato in Damasco 


334 
tra’ Saracini; e partissi, et incominciò a 
ballare. Felice, avendo udito parlare lo 
compagno di Ghirardo, pensò parlare con 
Ghirardo, e partissi dalla compagnia, et a 
Ghirardo s’ accostò dicendogli: Ghirardo, 
tu-m’hai ingannata, chè colui che teco era 
ode e parla come noi, e tu sai quello che 
abbiamo ordinato, che sabbato notte dove- 
vamo essere insieme: ora veggendo che 
colui sa i nostri fatti, tal cosa non può 
seguire per lo inganno che m’hai fatto. 
Ghirardo disse: Madonna Felice, egli è 
vero ch’ el jovano ode, ma non così che 
vi sia vergogna; ma perchè voi non vi sa- 
reste assicurata a parlarmi, mi convenne 
tenere questo modo; e se non vorrete at- 
tenere l'’ampromessa, lui crederà pur che 
fatto l’abbiate: et io, vedendo che non 
m’ arete attenuto il fatto, appaleserò che 
con voi abbia avuto mio contentamento, e 
darò per testimonio il jovano Agliata, e 
per questo modo sarete vituperata; ma se 
acconsentite d’osservare la promessa, io non 
ne farò motto; e ’l jovano Agliata, che non 
vi cognosce, et io nel pregarò, perochè 
ogni cosa fare’ per me, non dirà niente. La 
donna, udendo le ragioni di Ghirardo, e 
ancora perchè è femina, che volentieri de- 


Sa 
2 


= a 
sidera saziare il suo appetito, raffermbe a 
Ghirardo che la notte ordinata vegna; e 
così partiti, la notte venuta, Ghirardo con 
Felice si dié buon tempo. E poi più volte 
a tal mestiere si trovonno; e per questo 
modo Felice fu ingannata, posto che tale 
inganno li tornasse in dolcezza. 


VII 
DE PURITADE 


Nella città di Roma anticamente fu un 
| gentile uomo romano, nomato Ladislao, 
uomo di somma prudenzia, il qual aveva 
preso una gentil donna di Roma nomata > 
Beatrice, bellissima del suo corpo e tanto 
onesta, che di onestà avanzava molte ro- 
mane.. Avea questo Ladislao per nazione 
alquanto mal fiato, et altro diftetto a Ladi- 
slao non si potea puoner, imperocchè in 
tutte le altre cose era di virtù: ripieno. E 
dimorato con Beatrice moltissimi anni, con 
tanto piacere che per Roma era ditto, che 
una coppia non si sare’ trovato con tanta 
pace e consolazione tra loro, che mai, 
non che di fatti fusseno mai corrucciati, 


ma di parole mai non si disseno disoneste; 
e stato, com’ è ditto, molto tempo, un 
giorno Ladislao, essendo nel consiglio del 
Senato di Roma, li fu per alcuno sboccato, 
che altro che male non sapea dire (come 
oggi in nella nostra città di Lucca, se ne 
trovere’ molti, che piuttosto sono atti a dir 
mal che bene), li disse: O. Ladislao, e’ ti 
pute la bocca. Ladislao, udendo quello che 
mai ditto non li fu, vergognoso partissi dal 
consiglio, e intrò in casa, dicendo: O Bea- 
trice, io mi posso dolere di te. Ella dice : 
O messere, perchè? Ladislao disse: Perchè 
a me è stato ditto in consiglio, che la 
bocca mi pute, e tu non me l'hai mai ditto 
di ro anni che meco se’ stata; chè se me 
l’avessi ditto, io arei in bocca tenuta qual- 
che cosa odorifera, e questa vergogna che 
or ho ricevuta non l’avrei ricevuta. Bea- 
trice disse: Marito e signore mio, ell’ è 
ben vero, alquanto la bocca vi pute; ma io 
pensando che a voi omini piacesse come a 
noi, per questo non ve l'ho ditto, e però 
non l’abbiate per male. Ladislao vedendo 
la donna che sì bella ragione disse, disse 
fra sè: Ora veggo che costei mai ad uomo 
s’'accostò, tanto ch’ ella potesse il fiato del- 
l’uomo sentire. 


VITI 
DE PLACIBILI LOQUELLA 


Fu messere Piero Rabatta castellano e 
corsale, uomo crudelissimo e grande ruba- 
tore e micidiale in mare. Avendo suo na- 
villo bene acconcio e armato di ciò che 
bisognava, fornito di naviganti, come lui 
crudeli e asprissimi, si misse in mare con 
intenzione di rubare e uccidere qualunca 
trovassero, fusseno di che condizione si vo- 
lesse. E tal m@ssa fu all’ entrata di Maggio; 
e navigando per lo mar di Lione, moltis- 
simi navigli rubbò, e le persone uccise, non 
guardando nè che nè come, tra’ quali funno 
molti di Genova e della Riviera. Li geno- 
vesi ciò sentendo, hanno spedite alquante 
galee per poter il ditto messer Piero da 
Rabatta prendere, per vendicarsi di quelli 
genovesi che lui presi avea, e messi in 
mare. Messer Piero da Rabatta, ciò sen- 
tendo, partissi dal mare di Lione, e andò 
in nel mare Adriatico, e quine molti vene- 
ziani rubbò, e uccise altri in gran quantità. 


ai 
La comunità di Vinegia sentendo che mes- 
ser Piero da Rabatta castellano, avea presi 
e morti molti veneziani, subito armaro 
galee e navi, e entrarono in mare per tro- 
varlo. Messer Piero, sentendo l’armata de’ve- 
neziani, e’ pensò uscire loro dinnanti, e 
fatto vela per venire in nel mare di Spa- 
gna, e quirie stando a fare l’arte sua, di- 
venne che una nave di romei passavano 
per andare a Santo Iacopo, sopra della qual 
n’avea di molte lingue; e passando presso 
al legno di messer Piero da Rabatta senza 
guardarsi, subito la ditta nave per lo ditto 
messer Piero e compagni presa fu; e spe- 
“rando esser molto ricchi, e veduto che in 
quella altro che pellegrini non erano, 'per 
poca robba deliberò, per dispetto più che 
per utile che avere ne potesse, dopo alcuni 
di farli morire; e così quelli tenne du’ di, 
dando loro poco di mangiare, intanto che 
quasi morti pareano. Messer Piero vedendo 
che di loro altro che spesa e danno aver 
ne potea, comandò che tutti fussero nudi 
messi in mare colle mani legate, acciocchè 
non potessero scampare: e quelli pochi di 
panni o dinari, sc neuno n’avessero, rima- 
gnano. Comandato ch’ebbe, subito tutti nudi 
colle mani assettate funno legati, c comin- 


ciati a gittare in mare. E avendoli tutti git- 
tati, salvo uno francioso, il quale come si 
vidde prendere per gittarlo in mare, parlò 
alto dicendo: O Sire, cieste este trou gran 
boire a si pitit mangire. Messer Piero, udendo 
il bel motto, subito comandò che lui fusse 
rilassato, e datoli tutte suoi robbe e dinari, 
e domandato dove andare volea, rispuose: A 
San Iacob; e messo uno palischerno in mare, 
quel francioso misse a terra presso a Ca- 
stiglia; e per questo modo campò il fran- 
cioso per una dolce parola e bel motto. 


IX 
DE BONA RESPONTIONE 


Già non erano mutate molte indizioni 
che in Vignone fu un grandissimo giudici 
et di gran fama, il cui nome fu messer Fedei 
Simbaldi, il quale essendo vecchio di presso a 
settantanni, tanto fu la nobiltà del suo cuore, 
che vedendo un giorno a una festa una 
jovana, nomata madonna Gentile de’ Gua- 
sconi, e sommamente piaciutali, non altra- 
mente che un giovanetto la notte posare 
non potèo; e non li parca esser allegro se 
ogni dì almeno du’ volte non la veda, e pa- 


ld il 


ag 
reali esser uomo senza ventura; per la qual 
cosa ella e altre donne del suo vicinato assai 
leggeramente s’ accorseno del suo passare. 
E più volte insieme motteggiarono di vedere 
un così antico uomo d’anni innamorato, non 
credendo che a tali uomini quella passione 
‘aver potesse, come alli omini sciocchi e 
jovani. ') E spregiando il passare di messer 
Fedei, addivenne un giorno che, essendo que- 
sta donna con molte altre a sedere dinanti 
alla sua porta, e vedendo dalla lunga messer 
Fedei venire verso di loro, propuoscno tutte 
di riceverlo e di farli onore; appresso di 
motteggiarlo di questo suo innamoramento; 
e quando fu presso a loro, levatesi da se- 
dere, e invitatolo, in una fresca corte lo me- 
narono, dove finissimi vini e confetti feceno 
arrecare. E alla fine con assai belle parole 
dicendoli, come potea essere che lui di si 
bella donna innamorato fusse, sentendo lei 
esser da molti belli e leggiadri giovani va- 
gheggiata; messer Fedei, sentendosi assai 
piacevolmente pungere, fece lieto viso, e a 
loro in questa forma rispuose: Madonne, se 
io amo madonna Gentile non vi de’ parere 
meraviglia, perocchè a ogni savio uomo sta 


(1) Il testo: come a lui e alli omini ecc. 


— 40 — 


l’amare, e maximamente amando lei, peroc- 
chè lo vale. E posto che alli antichi omini sia 
naturalmente tolto la possa che alli amorosi 
esercizi richiede, non però si tolle la buona 
volontà nello intendere che cosa amare si 
de’, ma tanto più della natura ch’ogno frutto 
hae,') quanto siano homini di tempo di più 
cognoscimento che jovani. E la speranza che 
mi ha mosso ad amare madonna Gentile, 
amata da molti jovani, è questa: ch'io sono 
stato più volte dove io ho veduto donne 
merendare lupini e porri: e perchè in nel 
porro nulla cosa buona vi sia, nondimeno 
il metterò, più piacevole c’è il capo che le 
frondi: e generalmente le donne tirate da 
torto appetito, il capo del porro tegnano in 
mano e mangiano le frondi, che non sanno 
da nulla e sono di malvagio sapore. E se voi, 
madonna, in nella elezione de’vostri amanti 
fareste il simigliante, e’ sere’ :) io colui che 
la vostra persona mi goderei e me elegge- 
reste, e li altri sarenno da voi cacciati via. 
Madonna Gentile coll’altre donne insieme al- 


quanto vergognandosi, disse: Messere,;) assai 


(1) Così il testo, evidentemente errato. 


(2) L’ originale ha essere. Del resto in margine a questa novella 


è scritto: mal copiata. 
(3) L’ originale: d’esser messe. 


— ql — 


bene e cortesemente n’avete dimostrato il 
modo da castigarci della nostra presunzione. 
E tuttavia lo vostro amore m’è da caro, 
come da savio e valente huomo esser de’. 
E salva la mia onestà, come in quelle cose 
si richiede, come vostra cosa ogni vostro 
piacere m’imponete sicuramente. Messer Fe- 
dei levatosi, ringraziò la donna, e da lei con 
gran festa ridendo co’ suoi compagni si 
parti: e quella che credettimi motteggiarmi 
dal savio, fue vinta da’ matti. 


X 
DE PULCRA RESPONTIONE 


Sì come molti di voi, omini e donne, po- 
tete aver udito dire, che quando l’omo ha 
per fare alcuno camino, come ora noi fac- 
ciamo, che col bello novellare il camino si 
passa, e pertanto dico, che in nel contado 
nostro di Lucca, nel tempo della vendemia, 
una gentildonna e savia, chiamata madonna 
Colomba de’ Busdrachi, jovana e bella di 
suo corpo, essendo andata per diporto con 
altre donne di Lucca, e con alquanti jovani 


— 42 
in una villa nomata Massa pisana, e avendo 
un. giorno fatto un bellissimo desinare di 
donne e di omini, e volendo per diporto 
andare a spasso .fine a Vorno, dove al- 
quanta via v'era, si mosse con tutta la com- 
pagnia, in nella quale in fra li altri che 
quine in compagnia era, si fu uno jovano 
di tempo e di senno, nomato Matteo Boc- 
cha-di-vacca, il quale, come mossi si funno 
tutti a piè per caminare, voltatosi verso ma- 
donna Colomba, disse: O madonna Colomba, 
in quanto voi vogliate, io vi porterò a ca- 
vallo gran parte della via che a fare abbiamo, 
con una delle più belle novelle del mondo. A 
cui la donna rispuose: Io ve ne prego molto, 
e altro da voi non desiderava se non tal 
cosa doveste. Matteo, a cui forse non li 
stava meglio la spada in mano ch’el no- 
vellare in nella lingua, ciò udito cominciò 
una novella, la quale in nel vero da sè era 
bellissima, ma egli tre o quattro volte ri- 
pigliava le parole che ditte da prima avea, 
e una medesima parola sei volte ridicea, ora 
in indreto tornando, e ora avansando in- 
nanti, lassando in nel mezzo quello che dire 
dovea senza niente dire, dimenticando li nomi, 
e talora uno per un altro ponendone, fiera- 
mente la guastava; senza che spessissima- 


mente la qualità et li atti che accadeano a 
tale novella lassava: di che madonna Co- 
lomba udendo, spesse volte, come savia, venia 
in sudore e infianamento di cuore, come 
se inferma fusse stata; per terminare la qual 
cosa, poichè più non poteo soffrire, madonna 
Colomba cognoscendo che Matteo era intrato 
in nel montenaro, e non era per uscirne, 
piacendole niente, disse: Questo vostro ca- 
vallo ha troppo duro il trotto, perchè vi 
prego che vi piaccia di ‘-ponermi a piedi. 
Matteo, che per aventura. era migliore in- 
tenditore che novellatore, intese il motto, e 
la novella che cominciata avea e mal se- 
guita, lassò stare, e con vergogna la sua no- 
vella non finio. 


XI 


Essendo Dogio in Vinegia messer Maffeo 
Orso, e savio quanto Dogio gran tempo in 
Vinegia fusse, venne del mese di dicembre 
a Vinegia uno gentile omo, cavalieri di 
Boemia, nomato messer Bosco di Viliartis, 
maliscalco dello imperadore; et essendo del 
corpo bellissimo, e grande vagheggiatore, 


sed i 
divenne, che avendo moltissime donne ve- 
neziane vedute, e una tra le altre piacen- 
doli, nomata Perinetta, jovana e bella, nipote 
del ditto Messer Maffeo, non sapendo il ditto 
messer Bosco chi ella fusse, con alcune 
imbasciate a lei fatte fare per alcuna mae- 
stra, in conclusione ella non volendo di 
prima faccia consentire, dicendo: Come lo 
mio marito Taddeo è avarissimo e stretto 
del denajo, così penso che de’ esser di me, e 
pertanto non so che dire; la donna mezzana, 
come pratica, se n’andò a Taddeo dicendoli: 
Io so che desideri robba. Taddeo disse: Disi- 
dero. La messetta disse: Or se io facesse 
che a casa ti fusseno arrecati cinquecento 
ducati, come ne saresti contento? Taddeo 
disse, ove vi fusseno, che stare’ per  con- 
tento. La messetta disse: Lassa fare a me. 
Taddeo che tutto àe inteso, pensò: Troppo 
ben altri tali denari a’ dare per avere Peri- 
netta. Lui pensando Perinetta essere stata già 
a tale atto con altri, disse: Or fia tosto. 
Giunta la donna a Perinetta dicendo: Io penso 
che Taddeo stea contento, perchè già l'ho 
proferto cinquecento ducati; e per tanto, se a 
te piace, lui mi pare contento; Perinetta dice 
fra se: Sea tale atto consente ch’io vegna, di 
nuovo potrò a mio piacere da lui contentarmi. 


ie 
E così rispondendo disse: Andate, e dite che 
li ducati cinquecento faccia presti, e io pre- 
sta sarò al suo piacere. La mezzana, come 
maestra e lieta, a messer Bosco ritornata 
fu, narrandoli tutto. Messer Bosco udendo 
voler cinquecento ducati, pensò la mattina 
non dover valere lo pregio: nondimeno la 
volontà di volerla lo indusse a fare dorare 
cinquecento grossi veneziani, c con quelli 
a casa di Perinetta n’andò, dove quine di 
lei prese suo piacere; e partendosi, li dicti 
cinquecento grossi dorati lassò, credendo la 
donna che fussero veri ducati. Venendo il 
“ marito disse: Taddeo, la tua possessione 
t'ha renduto questi cinquecento ducati. Tad- 
deo disse: Buona è stata; e quelli prese. E 
non molti giorno passonno, che facendosi la 
festa delle Marie, et avendosi raunate mol- 
tissime donne et omini a tal festa, avendo 
il Dogio sentito come Perinetta avea con- 
tentato uno gentiluomo, e che avea avuto 
premio d’assai cattivi denari, deliberò tale 
gentiluomo alla festa delle Marie invitare, 
e così fe’, che in quella medesima barca dove 
lui era, messer Bosco entrò con moltissime 
jovani, fra le quali n’ era una nomata Ca- 
rella, poco davanti andatane a marito a uno 
jovano nomato Ulivieri, alla quale il Dogio, 


dl 


— 46 — 


dandole della mano in sulla spalla, voltandosi 
disse: Che ti pare di questo messer Bosco? 
crederestilo vincere? A Carella parve che 
la sua onestà quelle parole alquanto mordes- 
seno alla presenza di chi quine erano; e 
non volendo a tal colpo dare indugio, ri- 
spuose: Forsi non mi avrebbe, ma vorrei 
buoni ducati. La qual parola messer Bosco 
udita, e dal Dogio sentendosi tradito, l'uno 
come fattore della disonesta cosa nella ni- 
pote, e l’altro come ricevitore, senz’ altro 
guardare vergognatisi e taciendo, se n° an- 
darono senza quelli alcuna cosa più dirle. 
Adunque siando stata la jovana morsa, non 
se li disdice mordere altrui motteggiando. 


sia 


XII 


Intravenne al tempo, che San Miniato si 
reggea per li Crejoni contrari de’ Mangia- 
dori, che, venendo lo imperadore Carlo, con 
certi patti, fatti a quelli che reggevano San 
Miniato, montando maggiore uno de’ Man- 
giadori, nomato Sinibaldo, con l’aiuto d’al- 
quanti suoi amici si fe’ signore, e in questo 
modo dimorò alquanto tempo, Ora avvenne, 
che il ditto Sinibaldo vinto da ingratitudine, 
cominciò gli amici suoi a vilipendere, e vo- 
lere inalzare i nemici di se e del suo stato, 
mettendoli dentro, e dando loro ofizio. E 
tanto fu l’amore che ’l ditto Sinibaldo mo- 
strò a un suo poco amico, nomato Giorgio 
Pinaruoli, che si mise a fare dispiacere a 
un amico del ditto Sinibaldo. E ciò sen- 
tendo alquanti amici, dolendosi con Sini- 
baldo di quello ch’era stato fatto per Giorgio 
all’ amico loro, Sinibaldo dice: Deh, lassate 
fare queste cose a me, ch'io ci piglierò buon 
modo. Coloro credendo che modo prendesse, 
senza altro dire sterono a vedere, e più mesi 
passarono, che niuna vendetta se ne fece; 


x 


— 48 — 


ma di continuo il ditto Sinibaldo dicea a 
quelli che aveano ricevuto la ingiuria, ch’era 
bene che si pacificassero insieme, loro ri- 
spondendo: Come ci pacificheremo col vostro 
e nostro nimico, avendoci offeso? Tal pace 
non faremo per nulla: e non dovereste so- 
stenere che il vostro e nostro nimico si glo- 
riasse, che essendo voi signore di san Mi- 
niato, Giorgio possa dire avere più potentia 
di noi. E questo ci duole, che a ciò con- 
sentiate. Sinibaldo risponde: Lassate fare a 
me. E da canto dicea a Giorgio: Non ti 
curare di ciò, che costoro dicono, perocchè 
la mia intenzione è, che loro stieno sotto la 
tacca del zoccolo. Giorgio confortato da Si- 
mibaldo andava con la testa alta. E vedendo 
questo un officiale forastiere, nomato ser Co- 
luccio da Spoleti, uomo di gran sentimento, 
se n’andò a Sinibaldo dicendogli: Io ho ve- 
duto Giorgio Pinaruoli armato andare per 
la terra, e pur sento, che non fu lui ne’ suoi 
de’ vostri amici: e più sento, che de’vostri 
amici sparla villanamente. Sinibaldo dice: Se 
Giorgio porta l’arme, quelle porta con mia 
licenza. Ser Coluccio dice: Deh Sinibaldo, 
perchè non considerate chi merita grazia e 
chi merita ragione, e non mostrate agli amici 
d’amarli? Sinibaldo dando a ser Coluccio 


parole generali, il licenziò. E stando i ditti 
amici malcontenti di quello che per Sini- 
baldo si facea, di amar più i nemici che 
loro, ordinarono con certi gentilotti di ac- 
costarsi a San Miniato, e di metter campo, 
dicendo loro: Poichè Sinibaldo ci ha dimen- 
ticati, al bisogno non si troverà alcuno amico . 
appresso i nimici essergli aiuto. È così se- 
gulo, chè non molto tempo steo l’esercito, 
che dentro si levò romore, e per quelli 
amici fu morto, e la terra diedero al Co- 
mune di Pisa. 


XIII 


Nel tempo che fu tagliata la testa a’ Ber- 
golini in Pisa, e i Raspanti rimasero signori 
delle città di Pisa e di Lucca, era in nel 
contado di Lucca un gentilotto nomato 
Gualfreduccio, sbandito per molti micidj che 
fatto avea. Infra quelli che morto avea, fu 
uno della sua terra, nomato Cuiglio, fra- 
tello di uno nomato Sessanta. Il quale Gual- 
freduccio a preghiere d’ alquanti suoi amici 
si ridusse a pace col detto Sessanta; e per 
dimostrare più amore, si fecero compari 
insieme con sacramenti; e più tempo steano 


4 


— 50 — 


a una guerra insieme, non dimostrando tra 
loro alcuna malavolenza, intantochè per lo 
paese si ragionava, il ditto Sessanta amare 
più Gualfreduccio che sè proprio; e il ditto 
Gualfreduccio si confidava tanto in nel ditto 
Sessanta, che più che a fratello gli portava 
fede. Oh sciocchi, che credete che colui che 
è stato diservito, non tenga sempre a mente 
il diservigio a lui fatto! Non mai del cuore 
gli esce; e qual pensa che altro non fia, è 
poco savio. E stando i predetti in tal ma- 
niera per lo contado di Lucca, oggi in uno 
luogo, domane in un altro, come sogliono 
fare li sbanditi, essendo di state e il caldo 
grande, divenne che una romea assai gio- 
vane, passando dove Gualfreduccio con com- 
pagni era in aguaito, la ditta romea inanti 
a Gualfreduccio rappresentata fu; e volendo 
prendere suo piacere, quella da parte trasse, 
e cavatosi di testa l’ arme, e dinanti sbotto- 
natosi la corazza per potere tal suo diletto 
prendere, e sopra di tale sagliendo, mentre 
che tale cosa per Gualfreduccio si facea, un 
suo ragazzino con motti disse: Chi ha a fare 
non stia. Il Sessanta che tali parole ode, 
pensò del fratello avere il modo di vendi- 
carsene; e non guardando comparatico, non 
perdono, non pace nè amicizia nè com- 


— $1 — 


pagnia nè pericolo, che a lui ne potesse 
venire, con uno falcione dove era Gualfre- 
duccio volò, e in sulla testa dalla parte di 
dietro gli diè; e rinfrescando i colpi, non 
potendosi Gualfreduccio aitare, morto fu. E 
questo gli divenne per aversi fidato del suo 
nimico. 


— $2— 


XIV 


DE LEALTATE 


Narrasi che li Romani antichi aveano uno 
palagio in nel quale si riponea tutto il te- 
soro di Roma, il qual luogo era nomato 


Tarpea. Era questa Tarpea con porti di ferro 


e con molti chiavi; erano queste porti fatte 
per tal modo, che quando s’apriano faceano 
tale lo romore che tutta Roma lo sentia, 
nè mai si poteano aprirle, che coloro'a chi 
era dato a guardia le chiavi non vi fussero. 
E tal tesoro si riserbava per lo comune bi- 
sogno e a casi stretti. Divenne che nacque 
discordia tra Pompeo, grande romano, e Ce- 
sari, simile grande in Roma, e dopo il molto 
contrastare, Pompeo morto, e Cesari fattosi 
principe e imperadore di Roma, a sè attri- 
buio, e volendo il tesoro di Roma rubare, 
ovvero prendere con scure li catenaci della 
Tarpea tagliandola e aprendola, lo rumor si 
sentla; al qual uno romano, nomato Metello, 
homo di bassa mano e non ricco, avendo 


una delle chiavi avuta dal senato di Roma, 
sentendo romore della Tarpea, subito cor- 
resse là. E in sulla porta messosi con una 
spada in mano, dicendo: Io vo’ vedere quale 
vuole esser quello che il tesoro del Comune 
voglia rubare; per certo io lo difenderò; e 
amo piuttosto di morire, che dir si possa: 
Metello à lassato rubare il tesoro, Cesari, 
che quine era presente, disse: Metello, pensi 
tu poter tal tesoro difendere? Metello disse: 
Si, però che la mia volontà sarà più forte 
della tua potestà. E, posto che tu m° uc- 
cidi, ne son contento. Almeno la mia me- 
moria sarà innelle croniche di Roma messa, 
e la mia morte esaltata. Cesari disse: Tale 
memoria non arà luoco al presente; e co- 
mandò che fusse preso e levato dalla porta 
senza offenderlo. E così fu fatto. Cesari, ru- 
bato il tesoro, in sua utilità lo convertio. 


Lo perfetto amore di Metello consolò la 
notte molto la brigata. E ’l Proposto, la mat- 
tina levato, e li altri, per fornire il loro 
cammino dennosi all’exercitio. E sentendo 
il Proposto le leggi morali, canoniche e ci- 
vili, fatte per li antichi romani, li quali tutto 
il mondo alluminòno, fra sè dicendo: Per 


certo li paesi si mantengono meglio col senno 
che .colla spada, e però non è da mara- 
vigliarsi s'è Romani tutto signoreggiavano; e 
con tale ragionamento e simile passò ‘quel 
giorno, tanto che l’ora della cena fu venuta. 
Le mense poste, la brigata di vantaggio cenò. 
Lo Proposto parla: O brigata perfetta, in- 
gegnatevi d’esser savi, però che, secondo 
che io ò oggi compreso, Roma ave signo- 
reggiato tutto ’1 mondo per senno. 


XV 
DE SAPIENTIA ET VERO JUDICIO 


Nel tempo che re Davite, gran profeta, 
avendo già Salomone suo figliuolo otto anni, 
divenne che uno disceso dalla stirpe di Caino, 
homo ricchissimo di pecunia e possente, no- 
mato Cain, essendo colle suoi caste innella 
città dove David quell’anno dimorava, no- 
mata Jerusalem, avendo questo Cain un suo 
vicino povero nomato Beniamin, il quale 
solo d’una sua piccola casetta Iddio lo aveva 
dotato, e non d’altro bene, e più volte fat- 


tala profferire a Cain se comprare la volea, 
però che a-lato a du’ case del ditto Cain 
era, Cain che desiderio avea di quella avere, 
senza fare vista averne bisogno, e come sen- 
tiva che ad altri la profteria, domandato Cain 
se contento era che altri quella comprasse, 
Cain rispondeva : Contento sono che tu abbi 
quella casa come le mie. E per questo modo 
il povero Beniamin non potea nè a Cain 
nè ad altri la sua casa vendere. E per que- 
sto molto dimorava senza conforto. Cain, 
che volontà à d'aver la casa più tosto senza 
denari, diliberò per un certo modo aver la 
casa senza premio. E il modo tenne fu que- 
sto, che un giorno Cain disse a Beniamin: 
Io vo’ un servigio da te; e forse sarà ca- 
gione il servigio io arò la tua casa, poichè 
tante volte I’ ài profferta. Beniamin disse: 
Chiedete quello io possa fare, e io farò vo- 
lentieri. Cain disse : Io è comprato C. coppi 
d’olio, e vo’ che tu me li guardi in casa, 
ma ben ti dico che tu farai che salvi siano. 
Beniamin dice: Io sono contento. Cain su- 
bito fece mettere in casa di Beniamin C. 
coppi d’olio, li quali eran li L. pieni d’olio 
puro, e li altri L. erano pieni la metà di 
ciascun coppo d'olio e l’altra metà d’aqua. 
E, messi tali coppi, dice Cain a Beniamin: 


— 56 — 


Or che io ho messo in casa C. coppi d’olio, 
famene guardia. Avendo quine testimonj, 
Beniamin disse: Così come li avete conci, 
così staranno, e per me non se ne toccherà. 
Cain, partitosi e dimorato alquanti mesi, un 
giorno disse a Beniamin che desse quel 
l'olio a uno a chi Cain venduto l’avea. Be- 
niamin disse: Vegna a sua posta. Lo mer- 
cadante, avendo li otri posti per mettere 
quello dentro, come d’usanza, e preso uno 
coppo, e voltato il messo, trovò olio, e 
l’altro era aqua. Meravigliandosi, disse: 
Come ? i' © comprato aqua per olio? Su- 
bito, votati li otri, e messo l’olio e l’aqua, 
secondo che trovati li avea, a Cain le mandò, 
dicendo quello che avea trovato. Cain, co- 
rucioso, andò a Beniamin dicendoli villa- 
nia, e chiamandolo ladro, che il suo olio li 
avea furato, e poi pieno li coppi d’aqua. 
Beniamin, vedendosi dir alcuna villania, per 
paura di Cain, si stava cheto, dicendo: Io 
non li vidi mai, nè maili toccai. Cain, che 
avea pensiero alla casa, subito si richiamò 
di lui dinanti a David re. Beniamin, com- 
parendo dinanti a David re, essendo alla 
presenza Salomon fanciullo, lo Re domandò 
Cain quello volea dire. Cain dice che lui 
avea acomodati C. coppi d’olio a Beniamin 


pe 
pieni. E ora, volendoli vendere, trovò la 
metà esser messi d’aqua. E però io gli do- 
mando la valuta. Beniamin che ode la lo- 
quela di Cain, come sparito, niente dicea. 
Lo re David disse: Di° la tua ragione, e di- 
fenditi, se no altramente la Ragione ti con- 
danna. Beniamin cominciò di dire tutto il 
modo del servigio che a lui chiese, dicendo: 
Io non vidi mai nè toccai li ditti coppi, nè 
Seppi se pieni o voti fussino. Cain, che que- 
sto ode, allegando li testimoni, provò li coppi 
esser pieni. David re disse: O Beniamin, 
se altra difesa non di, la Ragione ti con- 
danna. Beniamin disse: Iddio lo sa, altra 
prova dare non posso; e taceo. Salomone fan- 
ciullo, avendo udito la ragione dell’ uno e 
dell’altro, disse: O padre perfetto, io vi 
preco che questa quistione a me la date a 
diffinire, e vo’ che sia la prima. David re, 
udendo il suo savio parlare, piacendoli, disse 
ch’ era contento che quello ne judicasse si 
facesse. Salomone, auto dal padre licentia, su- 
bito fe’ venire dinanti di sè Cain, dicendo- 
gli, a che tempo avea li coppi pieni de l’olio. 
Rispose: Nel tempo della ricolta, in un giorno 
e d’un medesimo olio li coppi s’empienno. 
Allora Salomone fe’ uno de’ coppi pieni vo- 
tare, e fe’ pesare la morchia; e poi fe’ vo- 


tare uno coppo in ch'era la metà d’ aqua; 
fe’ la morchia pesare; e trovò la morchia 
del primo pesava duo tanto in che quello 
che era l’aqua. Allora cognòove Salomone 
che Cain non avea messo in ne’ coppi de 
aqua se non la metà d’olio. E, tornato a 
David re, disse: Padre ottimo, se permet- 
tete che io dea della quistione de l’olio la 
soluzione. Lo padre disse: Permetto. Salo- 
mone disse le ragioni trovate della morchia: 
judicò Beniamin esser veritiero e Cain falso, 
et per la sua falsità sententiò l'olio e i coppi 
esser di Beniamino, mettendo silentio a Cain 
che di tal cosa mai non parli. David re, 
udendo il judicio dato, rivoltosi a Cain col 
viso rigido, disse: Cain, dimmi il vero, se 
il mio figliuolo è detto buona sententia, e 
il vero. Cain, dubitando, disse: Signore, si. 
David re disse: Io vo’ sapere che ragione 
ti movea. Cain: Per avere la sua piccola 
casa. David, udendo la sua mala volontà di 
Cain, in premio del falso commesso, una 
delle due case belle di Cain a Beniamin la 
concedèo. Et per questo modo lo malvagio 
Cain fu punito del fallo commesso e pre- 
miato Beniamin leale; e d’allora inanti, Da- 
vid re volse che Salomone alcuna volta alla 
banca si trovasse. 


Udita la piacevole novella, e inteso la 
bella justitia, lodando David e Salomone di 
quello aveano fatto, subito li sonatori comin- 
ciarono a sonare; le damigelle e’ damigelli, 
prese[ro] le danze, danzando con quella hone- 
stissima volta, e tanto accostanti a’ suoni che 
ogni persona ne prendea piacere di sì onesto 
ballare, dando l’una brigata all’altra l’ agio 
di riposarsi, e simil li stromenti, facendo 
danze nuove. E quando ebbero alquanto dan- 
zato, per rinfrescamento, li servidori appor- 
tonno di belle ciragie e perfettissimi mosca- 
telli. 


XVI 


NOVO INGANNO ’) 


Nella città di Pisa, al tempo che messer 
Castruccio Interminelli in quella terra come 
signore era ubidito, era uno giovane nomato 


(1) Sebbene questa novella sia stata recata qua addietro al n. VI., 
pure stimiamo bene riprodurla anche nella forma che ha presso il Pa- 
pantI, Catal. dei Novellieri ital. in prosa, Livorno, Vigo, 1871, vol. Il. 
Chi le raffronti fra loro vedrà che le varietà di lezione non sono 
poche, sebbene non sostanziali: tali però da far supporre che pro- 


mr” 


— bo — 


Gerardo di San Casciano, il quale, essen- 
dosi innamorato di una jovana nomata ma- 
donna Felice, moglie di un Giovanni Sca- 
riso. E benchè il detto Gherardo fosse della 
detta innamorato, mad. Felice di questa 
cosa non si era mai accorta, benchè alcuna 
volta l’avesse veduto dalla sua contrada pas- 
sare. Stando Gherardo in tal maniera, pen- 
sando in qual modo con mad. Felice esser 
potesse, e non vedendo via che alla detta 
potesse il suo amore manifestare, più tempo 
si stette. Ora avvenne, che uno cugino di 
mad. Felice dovea menar moglie, alle cui 
nozze la detta Felice fuinvitata. Gherardo, 
che sempre alla occasione stava attento, sen- 
tendo la Felice alle nozze del parente essere 
invitata, con onesto modo si offerse allo 
sposo, che di servidore avea bisogno. Esso 
volentieri Gherardo accettò, ordinandoli altro 
servicore li trovasse. Gherardo contento, avu- 


vengano da duplice diversa composizione, che il Sercambi diede in 
tutto o in parte al suo novelliere. Il Papanti trasse la sua stampa 
da certi fogli del padre Baroni, il quale possedeva un codice del Ser- 
cambi, ma di sole 100 novelle: questa nostra è tratta da una copia 
probabilmente del Gamba; e poichè in certe Rimarche (sic) che pre- 
cedono la trascrizione, è detto che il codice onde sono tratte queste 
che offriamo al lettore, ne ha 156, e tante appunto sono quelle del 
manoscritto trivulziano, si può concludere che l’ originale nostro è 
certamente cotesto codice, e che esso rappresenta una più ricca è 
<orretta forma del novelliere sercambiano. 


—_ 61 — 


to quello volea, disse: Io vi trovarò alcun 
servitore, che vi piacerà. E parlato con uno 
suo compagno giovane delli Agliata, il quale 
gran tempo era stato fuora di Pisa, pensò la 
sua ambasciata fare per mezzo di questo 
Agliata, e dissegli: Io amo una donna, a cui non 
ho potuto mai altro parlare; ora sentendo 
i0 che a queste nozze è invitata, noi vi sa- 
remo servidori, e ti prego mi vogli servire. 
Lo giovane Agliata disse: Comandami, che 
10 farò quello vorrai. Gherardo disse: Noi 
anderemo per la donna, e io dirò che tu sei 
mutolo e sordo; sta’ attento di mostrare es- 
sere come dico. Lo giovane Agliata disse 
che in tutto lo serviria. Venuto il giorno delle 
nozze, Gherardo col compagno per tempo 
furono a casa dello sposo per andare per le 
donne, che alla festa esser doveano. Lo sposo 
mostrò la strada. Gherardo disse a lui: Fia 
bene che mad. Felice vostra parente sia 
quie per ricevere le altre donne. Lo sposo 
disse: Tu di il vero; andate per lei. Ghe- 
rardo, che altro non bramava, col giovane 
Agliata se ne andò a casa di mad. Felice, 
che trovò in acconcio qual dovea per la 
festa. Gherardo col compagno messala in 
mezzo, l’accompagnaro, e perchè era molto 
lungi la casa dello sposo, Gherardo stimòla 


— 62 —- 


sua imbasciata fornire: e vòltosi a Felice, disse: 
O madonna, io ho pregato che questo gio- 
vane, che in Siena [sic!] non è mai venuto 
e che per sua disgrazia è mutolo e sordo, 
voglia esser con noi. La donna, che mai ve- 
duto non l’avea, nè il giovane lei, voltatasi 
verso il giovane Agliata, che dimostrava non 
udire nè parlare, die’ fede che non dovesse 
udire; e come alquanto furono andati, Ghe- 
rardo disse: Mad. Felice, ora che qui non 
vi è altri che noi, io non posso più tener 
celato il grande amore, che verso di voi porto 
e ho portato, che quando io vi veggo, mi pare 
di vedere un angelo del paradiso; e perchè qui 
non è altri che noi, non vorrete che per voi 
mora, che morrò fino a tanto che da voi non 
ho quello, che lo amore mio, grande e buono 
amore, desidera. La donna, che udì quello 
che il più delle volte le donne udir desi- 
derano, per onestà rispose: E come vuo’ tu 
che al mio marito faccia tale vergogna ? Ghe- 
rardo disse: Questo altri non saprà, e se voi 
non lo apalesate, per me non si apaleserà. 
E prendendo fidanza Felice, che niuno lo 
debba sapere, convennero che Gherardo a 
lei andasse di notte la domenica vegnente, 
e così rimasero d’accordo. E spettando dun- 
que che venisse domenica, di molte e varie 


cose di diletto, e di allegrezza ragionarono, 
fino a che alla casa dello sposo giunti fu- 
rono. Raunate le brigate, e desinato come 
è d’usanza, dopo desinare ballarono e can- 
tarono diverse strofe. Mad. Felice, stando 
a vedere al lato di una sua vicina, e gua- 
tando ballare il giovane Agliata, disse alla 
detta compagna: Che peccato che quel gio- 
vane che balla non oda, e non parli di niente. 
La donna si volse a Felice, e disseli: E che 
vai sognando? conosci tu quel giovane? Si, 
rispose Felice, quel giovane è nato mutolo 
e sordo. Rise molto la compagna, e disse: 
Lascia dire, che quello parla et ode, e chia- 
masi Agliata; bene è vero che molto tempo 
è stato fuora di Pisa: e per fare prova a Fe- 
lice, chiamò lo giovane. Lo giovane rivolto, 
e venuto a loro, disse: Madonne, che vo- 
lete da me? La compagna lo domandò quanto 
era che era torno, e dove era stato. Lo gio- 
vane rispose, che da pochi giorni era a Pisa 
ritornato, e che era stato in Damasco tra’Sa- 
racini; e partitosi ricominciò a ballare. Fe- 
lice, avendo udito parlare lo compagno di 
Gherardo, pensò favellare con Gherardo; e 
scostatasi dalla compagna, a Gherardo s°ac- 
costò, dicendoli: Gherardo, tu mi hai ingan- 
nata, che colui. che teco era ode e parla 


— (4 — 


come noi; e tu sai quello che abbiamo or- 
dinato, che sabbato notte doveamo essere 
insieme per prendere diletto; e ora, veggendo 
che colui sà i fatti nostri, tal cosa non può 
seguire per lo inganno mi hai fatto. Ghe- 
rardo disse: Mad. Felice, egli è vero che 
il giovine ode, ma non ne fe’ vista, perchè 
voi per vergogna non vi sareste assigurata 
a parlarmi, e mi convenne tenere questo 
modo: che se voi non vorrete tenere la pro- 
messa, lui crederà pure che fatto 1’ abbiate 
et io, vedendo che non mi avrete attenuta 
la parola, come fatto appaleserò che con 
voi abbia avuto mio contentamento, e darò 
per testimonio il giovane Agliata, e per que- 
sto modo sarete vituperata; ma se accon- 
sentite di servare la promessa, io non ne 
farò motto, e il giovane Agliata che non 
vi cognosce, e io nel pregherò, perchè ogni 
cosa farà per me, non dirà niente. La donna 
udendo le ragioni di Gherardo, e cogno- 
scendo l’amore che li portava, come femina 
che volentieri credea che col sadisfare l'altrui 
appetito, l’onore suo non corrompeva, raf- 
fermando (sic) a Gherardo, che la notte or- 
dinata vegna. E così partiti, e la notte venuta, 
Gherardo con Felice si diè buon tempo, pa- 
scendosi del pasto, che a nessuno peso porta; 


e poi più volte a tal mestieri si trovorono. 
E per questo modo Felice fu ingannata, po- 


sto che tale inganno non li tornasse in dol- 
cezza. 


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ANNOTAZIONI 


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Confronta in proposito: !) Bartolonico Kruger, 
Ha:s Clawerts werckliche Historien, ristampa della 1* 
ediz. 1587. Halle a S., 1882. Cap. V: Come Clawert 
suonò ail'assalto quando erano assalite Pest e Buda. 

2) L'Elite des Contes du Sicur D'Ouville, La Haye, 
1703, II, 389-97: « Tour subtil d'un Trompette è la 
fenime de son Hote ». I Contes del d’ Ouville com- 
parvero la 1° volta nel 1644 a Parigi sotto il titolo: 
Les Contes aux heures perdues. 

3) Le Facicieux Réveille-;natin des Esprits Mélan- 
choliques, Utrecht, 1654, pag. 251-56:« D'un Trompette 
qui fut refusé de loger è son logis ordinaire par la 
Maistresse cn labsence de son mury, et de l'affront 
que le Trompette luy fit. » Il racconto è ristampato 
da Ch. Louandre, Ch.fs-d’oeuvre des conteurs frangais 
contemporains de La Fontaine, Paris, 1874, pag. 22-24, 
ma con arbitrarie omissioni e correzioni. 


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4) Ginnesio Gavardo Vacalerio (cioè Giovanni Sa- 
gredo cavaliero), L’Arcadia în Brenta, o vero la Me- 
lanconia sbandita, Bologna, 1680, pag. 278-82. La 
1* edizione comparve nel 1667, con la data di Co- 
lonia, ma è stampa di Venezia. 

5) Fasciculus Facetiarum novissimarum. Schnatter- 
berg in Waschland, 1670, p. 183-85. 

6) Augusto Federigo Ernesto Langbein, nel rac- 
conto « L'assalto di Costantinopoli » fra gli Schwdnke 
(Racconti faceti) pubblicati la 1* volta in Dresda 
nel 1792. 

7) Sottisier de Nasr-Eddin-Hodja, bouffon de Tamerlan, 
suivi d’autres facéties turques, traduits sur des manu- 
scrits inédils par I. A. Decourdemanche, Bruxelles, 
1878, n.° CLXXIII. 

La frase della novella del Sercambi « mettere il 
soldano in Babilonia » corrisponde a quella che nella 
novella registrata al n. 1 l’amatore dice all’ amata: 
cessa doveva essere Buda e Pest cd egli voleva essere 
il Turco e assalire Buda e Pest; a quella del 2°: 
« Nous mettrons le Grand 'Turc dans Constantinople; » 
a quella del n. 3: « Madame, il vous faut mettre le 
Grand Turc cen Constartinople; » a quella di n. 5: 
« Se piace a Vossignoria, noi vogliamo assalire Co- 
stantinopoli; » a quella del n. 6: « Ora noi vo- 
gliamo assalire Costantinopoli; » e finalmente a ciò 
che nel n. 7 la Dama dice al Cadì: « que le prince 
rouge marche à l’assaut de la forteresse blanche, 
suive son droit chemin, en force la porte et y pé- 
nètre en vainqueur. » | 

Come nel Sercambi la coppia amorosa viene tur- 
bata e messa in fuga dal suono dell'organo, così 
nei n. 1-6 dal suono della trombetta e nel n. 7 dal 
tamburo. In tutte poi, quello che li ha turbati, come 


il Lamberto del Sercambi, si appropria certi oggetti 
che loro appartengono, e venendo egli più tardi in- 
terrogato dai veri possessori come sia arrivato ad 
averli, dice esser ciò accaduto quando il Turco as- 
sediava Buda e Pest, o quenia il sran Turco entrò 
in Costantinopoli ecc. 

Aggiungi ancora 

8) la 5* novella di Masuccio Salernitano, dove si 
racconta di Massimilla moglie a un povero legnajuolo, 
che promette l'amor suo a un sarto e ad un prete. 
Mentre il sarto, entrato in casa, ha appena comin- 
ciato a baciarla, sopravvience il prete, e l’ altro si ri- 
covra in un solajo. Il prete si dispone a « voler po- 
nere lo Papa a Roma, » e il sarto presa una piva, 
che teneva a cintola, dice : « Per mia fè, questa non 
è festa da entrare lo Papa in Roma e andare senza 
suoni » e comincia a suonare. Il prete fugge, e l’altro 
scende dal solajo, ripiglianlo «la possesione della già 
perduta preda; e come che il Papa senza suoni a 
Roma non aveva compito l’ entrare, con piacevoli 
balli posero il Turco a Costantinopoli. » 

Anche un racconto popolare il cui eroe è un tam- 
burino del vecchio Fritz (Federigo il Grande) nelle 
Kinder-und Volksmirchen di H. Pròhle, Leipzig 1853, 
n. 63 I, e la 66* novella del Morlini rientrano in 
questo ciclo. Nella 1° relazione :l.tamburino suona 
all’ assalto vedendo un religioso e un’ ostessa « cor- 
rere all’assalto », ed estorce in un modo pirtico- 
lare dalla donna molto denaro; — nel Morlini, un 
suonatore di flauto spia la sua donna e un chierico 
e ode come questi domandi: Volumuse punti ‘cem in 
urbe intromiltere? e quando poi ciò accade, prende 
egli tosto a suonare il flauto, poichè no deb t tintus 
dominus absque aliquo sono choraulae i. urbe ingredi: 


ma poi afierra un bastone e picchia la coppia. Si 
dànno ancora alcuni racconti nei quali taluni colla 
loro musica disturbano e mettono in fuga una coppia 
d’amanti che si .credono soli; in questi però non ri- 
corre alcuna di quelle caratteristiche, quale meliere 
il Solduro in Babilonia e le restanti, alle quali si 
annoda il seguito delle avventure sopra notate 


Ne VITE 
DE PURITATE 


Confronta Hieronymus advers. Iovinisimun, I, 27: 
Duellius, qui primus Romae navali certamine trium- 
phavit, Bilia:mn virginem duxit in uxoremn, tantae pu- 
dicitiae, ut illo queque sieculo pro exemplo fuerit, quo 
impudicitia monstrua erat, non vitiun. Is, jam senex 
et tremonti corpore, în quedam jursio audivit exprobrari 
sibi os foetiduni, et tristis se dor:um contultt, cuiuque 
uxori questus esset, quare niuinquan se monuisset, ut 
huicvitio mederetur, fecissesn, tuquit illa, mist putas- 
sem omnibus viris sic os olere. Vedi anche Ioannes 
Saresberiensis, Po"icraticus, III, 13, c Nicolaus Perga- 
menus Dialogus creaturarivo, dial. 78, p. 223, ed. 
Grisse, citati dal Landau Die Quellen des Decan., 
2° ediz., p. 81. 


N. X. 
DE PULCRA RESPONTIONE 


È tale è quale, e spesso unche colle stesse parole 
la novella di Madonna di Oretta, nel Decamer., 
VI, 1. 


N. XIV. 


DE LEALTATE 


Fonte primitiva della narrazione presente è Lu- 
cano, Farsal., III, 97 e segg. Vedila con qualche va- 
rietà nella versione dci Sette Savi intitolata Sforia di 
Stefano figliuolo di un imperatore dî Roma, pubbl. da 
P. Rajna, Bologna, Romagnoli, 1880, p. 205 e con- 
sulta ciò che il Rajna stesso dice in proposito nella 
Romania, X, 24. 


DE SAPIENTIA ET DE JUDICIO 


Confronta P. Alfonsi, Disc. cleric., XVII 1-12, dove 
però non il giovane Salomone, ma quidan philosophus 
qui cognominabatur Auxilium egentium dà lingegnosa 
sentenza. Il racconto della Disc. cleric. è stato am- 
messo anche in altre raccolte, ed in più lingue tra- 
dotto e rifatto. Si vedano le indicazioni dello Schmidt, 
nella sua ediz. della Discip. p. 1338-39 e quelle dell’Oe. 
sterley, al cap. 246 dei Gesta Roman., ai quali ora è 
ancor da aggiungersi la traduzione islandese, che 
H. Gering ha pubblicata nella sua raccolta Jslendz4: 
Eventyri (Leggende islandesi ecc.), Halle a. S., 1882-3, 
n. 70. | 


Lì 


COLLEZIONE 


DEC RERE Me ETA BED ATEO. RSE 


pubblicate dalla Libreria Dante in Firenze 


Commedia di dieci Vergine 
Index Bibliothecae Mediceae 
Libro de’ Sette Savi di Roma . 
Carmina Medii Aevi . 

Sepulcrum Dantis . at gno 
Lamenti dei Secoli XIV e XV 
Catalogo della Libreria Pandolfini 
Miscellanea Dantesca . 


Lettere di Cortigiane del Sec. XVI. 
. Canzonette antiche. 

. Rime di Pieraccio Tedaldi . 
. Novelle di Sercambi . 


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IMPRESSO IN FIRENZE. 
| NELLA TIPOGRAFIA ©. ADEMOLLO E C; 
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| IMPRESSO IN FIRENZE 
NELLA TIPOGRAFIA C. ADEMOLLO E C; 


VIA DE’ SERVI NUM» 2 BIS 


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